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Che cosa rimane all’Italia? Perché sentiamo parlare di nuove compagnie che vengono lanciate in tutto il mondo e ai fondatori delle quali vengono offerti milioni e milioni di dollari, ma non si sente mai parlare di una nuova grande idea che nasce e si evolve in Italia?

Il motivo non è sicuramente la scarsa intelligenza o la mancanza di voglia da parte di possibili Mark Zuckerberg italiani né tanto meno la mancanza di desiderio di partecipazione da parte dei possibili nuovi utenti: il problema è completamente diverso.

L’Italia non è un paese dedito all’innovazione: se al momento di lanciarsi in una nuova avventura imprenditoriale si decide di fare tutto secondo le regole, seguendo tutti i passaggi imposti dall’attuale sistema legislativo, è praticamente impossibile ottenere ciò che si vuole e ciò che è necessario per essere online nei tempi desiderati.

La situazione è sempre stata questa: siamo tutti a conoscenza degli enormi problemi che la burocrazia italiana causa in qualsiasi tipo di campo, dall’ottenere dei documenti o delle traduzioni di questi fino a completare le pratiche per un trasferimento di abitazione. L’amministrazione italiana, cosciente di ciò, ha cercato di porre una toppa a questo problema durante l’anno passato: tramite il decreto direttoriale del primo luglio 2016, la creazione di una startup innovativa sarebbe dovuta diventare un processo realizzabile tramite pochi click online e che, in breve tempo, avrebbe dovuto garantire a chiunque ne avesse il desiderio di aprire la propria startup innovativa indipendentemente da quello che fosse il suo obiettivo.

Circa otto mesi dopo l’entrata in vigore di questo direttivo, tuttavia, la situazione non è migliorata di una virgola: l’iscrizione al registro completamente online non è possibile, è infatti necessario comunque avere l’apporto di un commercialista per la redazione dei documenti, è necessario recarsi presso la propria Camera di Commercio ed essere rimbalzati tra svariati uffici governativi e i requisiti per ottenere la certificazione finale non sono mai veramente spiegati fino in fondo ma sono sempre espressi come vaghe richieste.

Tutto questo trasforma un processo che dovrebbe essere, stando all’iniziale scopo del direttivo, della durata di un pomeriggio, ad uno che può arrivare a durare più di due mesi.

È chiaro che per chiunque abbia un’idea che non vede l’ora di presentare al maggior numero di persone e che mira ad influenzare la quotidianità di una più o meno piccola fetta di popolazione, questo è un grosso freno.

Al contrario di continuare a raccontare del problema della Fuga di Cervelli che affligge l’Italia, cercando di trovare soluzioni a tutti i problemi ma rimanendo immobili durante questo periodo di ricerca, sarebbe più utile impegnarsi a fare piccoli passi, incentivando la creazione di startup e piccole imprese all’interno del nostro paese ricco di risorse umane e non, e incentivando i nuovi Larry Page che in questo momento si trovano chiusi nella loro camera a sviluppare il nuovo Google a rimanere nel nostro paese per sfruttare tutto ciò che di buono l’Italia offre.